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BOSCO MARTESE (Monti della Laga)

Il bosco Martese (o bosco della Martese) ha molte storie da raccontare a cominciare dall'origine del suo nome, dovuto al suo essere dedicato al dio Marte, in onore del quale, pare, fu costruita un'ara di cui rimane un toponimo poco distante. Potrebbe dirci del grande numero di viaggiatori che gia' prima di Cristo hanno transitato in esso, percorrendo la romana via Metella. Oppure dei frati del "Cavallaro", convento nei pressi di Pascellata, che dal 1300 usavano questa strada per accedere ai foraggi ed alle zone coltivate della "terra Morricana", provvedendo alla sua manutenzione e permettendo così che si mantenesse quasi intatta fino al 1800. Potrebbe dirci dei banditi che in esso si rifugiavano nei secoli bui, così come i briganti del secolo scorso. O raccontarci l'eroica battaglia sostenuta dai partigiani del Capitano Bianco contro i nazi-fascisti, nel settembre del 1943. Il Bosco Martese presenta numerose meraviglie botaniche, tra cui spiccano gli straordinari abeti bianchi che torreggiano sulla faggeta con esemplari enormi. Vi sono stati misurati fusti di oltre 5 metri di circonferenza. Troverete inoltre acqua in tutte le sue forme: torrentelli, fossi, scivoli, "pisciarelle", cascate, fino all'apoteosi della grande cascata della Morricana: un unico salto verticale da 40 metri, uno dei più alti di tutto il gruppo montuoso.

 

IL GHIACCIAIO DEL CALDERONE (Mt. 2680-2850)

Situato in una grande conca da cui prende il nome, subito sotto le vette del Corno Grande, il Calderone deve la sua fama al fatto di essere l'unico ghiacciaio dell'Appennino e il più meridionale d'Europa (latitudine circa 42° Nord). Il primato lo ha conquistato in questo secolo, dopo che si è estinto il Ghiacciaio del Corral di Veleta nella Sierra Nevada spagnola, posto più a Sud (ad una latitudine inferiore a 38°). Anche il Calderone non gode buona salute e rischia l'estinzione. Attualmente la sua area è di 4,5 ettari (era di 7 ettari nel 1916), la lunghezza di 400 metri, la larghezza massima di 250 metri. Compreso tra le quote di 2680 e 2850 metri, ha un'inclinazione media di 26° e massima di 35°, presenta uno spessore medio di 15 metri, è fornito di crepacci trasversali e terminali (visibili nelle stagioni calde) e di morene laterali e frontale. Sotto quest'ultima, che sbarra il circo glaciale e si affaccia sul ripido pendio detritico del Vallone delle Cornacchie, esiste una massa di ghiaccio compatto alta 10 metri. Vicino alla morena frontale, alla base del ghiacciaio, un inghiottitoio raccoglie l'acqua di fusione. Negli anni di abbondanti nevicate l'inghiottitoio viene occluso dal grande afflusso di acqua (che trasporta polvere in sospensione formando il limo glaciale) e si forma il caratteristico laghetto "Sofia". Dalle sistematiche rilevazioni condotte da Guido Tonini tra il 1929 e il 1960 per conto del Comitato Glaciologico Italiano, si riscontra una graduale perdita di volume del ghiacciaio. In 26 anni (tra il '34 e il '60) la diminuzione è stata di 420000 metri cubi, in media circa 16000 metri cubi all'anno. Più recentemente Claudio Smiraglia ha misurato la quantità di ghiaccio di fusione piantando una serie di paline metalliche sul ghiaccio, misurando la riduzione di spessore. Estendendo i risultati della ricerca campionaria a tutta la superficie del ghiacciaio e conoscendo la sua densità, ha ricavato il volume di acqua perduto. Nel 1989 la fusione è stata di circa 1 metro e nel 1990 di 1,5. Il Calderone è dunque in fase di progressiva riduzione, come sta accadendo a tutti i ghiacciai della Terra ad opera di diversi fattori, tra cui l'effetto serra provocato dall'aumento dei gas inquinanti nell'atmosfera. Se è sopravvissuto in una zona così meridionale lo deve a fattori locali, come l'esposizione (rivolto a Nord-Est, è difeso dall'ombra della parete che lo sovrasta), l'incassatura e soprattutto la protezione dovuta alla copertura dei detriti (per questo motivo si potrebbe definire un "piccolo ghiacciaio nero"). La fonte sulla cima "Tutti quelli che non sono stati alla cima dicano che vi è una Fontana in cima. Dico che non vi è fontana nessuna ma che vi è bene un gran vallone tra il Monte di Santo Niccola et il Corno Monte dove sempre vi è la nieve alta quindeci o venti piedi, e più in alcun luocho dove la nieve e ghiaccio sta perpetuamente. E quest'è una quantità d'un grosso miglio di lunghezza, e di larghezza più di mezo miglio, della qual sempre puoco o assai se ne disfà, e quell'acqua cala giù per diversi precipitii, li quali fanno poi rarissimi Fonti al piede della montagna ...". Così il De Marchi, nel racconto della sua ascensione del 1573, descrive il Ghiacciaio del Calderone, compreso tra la Vetta Orientale (il Monte di Santo Niccola) e quella Occidentale del Gran Sasso (il Corno Monte), spiegandone la funzione di serbatoio d'acqua. La sua acqua di fusione infatti contribuisce ad alimentare sia le sorgenti del bacino idrografico del Fosso S. Nicola, sia l'enorme circolazione di acqua sotterranea compromessa dal traforo della montagna. Nonostante le modeste dimensioni, il Calderone ha influenza anche sul clima locale, essendo un refrigeratore e condensatore dell'umidità atmosferica. Residuo delle imponenti glaciazioni del Quaternario, quando occupava tutto il Vallone delle Cornacchie, il ghiacciaio ha subito nel tempo una serie di variazioni che ne hanno modificato la grandezza. Nella "Piccola età glaciale", tra il 1550 e il 1850, si è esteso. Alla fine del 1800 arrivava poco sopra il "Rifugio Franchetti". Il Rovelli afferma che in quel periodo giungeva a lambire i terrazzi posti sotto la Vetta Centrale e con una lingua si affacciava sulla Forchetta del Calderone. Dalla metà del secolo scorso inizia il periodo di regressione. Negli ultimi cento anni il livello del ghiacciaio è sceso di 60-80 metri. Ed anche se, grazie ad una serie di fattori locali, è sopravvissuto alla fine dei numerosi ghiacciai alpini di grandezza 5-10 volte superiore alla sua, la velocità con cui sta regredendo è così elevata da farci seriamente preoccupare per la sua esistenza.

 

LA VALLE DELLE CENTO FONTI "Fosso dell'Acero", Valle delle "Cento Fonti" e Cima della Laghetta (Mt. 2369)

Uno degli itinerari più belli della Laga, soprattutto in primavera, quando l'acqua è il motivo dominante. La camminata sulla cresta dà la sensazione di essere sospesi sul Lago di Campotosto. Il sentiero del "Fosso dell'Acero" è parzialmente segnato in rosso, mentre la parte superiore dell'itinerario è poco evidente. L'escursione è facile, ma attenzione a percorrere il letto del torrente anche se asciutto.
ITINERARIO LAGA 3- Da Cesacastina si segue la strada che sale al Colle della Pietra sino alle Piane, superato un campo sportivo si gira a sinistra e si raggiunge dopo poco il ponte sul "Fosso dell' Acero", poi si parcheggia (Mt. 1320). Qui si può giungere direttamente a piedi da Cesacastina prendendo, ad Ovest del paese, la pista che supera un'antica caratteristica fonte in arenaria lavorata, (Mt. 1157, senza nome su I.G.M.), costeggia a destra il "Fosso dell' Acero" e poi si immette sulla strada che si segue per 300 metri verso sinistra. Sulla destra una breve stradina con catena porta ad un rifugio dell'ENEL (Mt. 1352). Si risale per un sentierino una valletta erbosa. In alto si piega a destra per prati e si entra nel bosco, attraversando subito un piccolo fosso verso destra. Ci si tiene sul dosso tra il fossetto attraversato ed il Fosso dell'Acero e ci si allontana gradatamente dal fosso sino ad immettersi in una sterrata che si abbandona ad un tornante. Si segue a destra un largo sentiero che porta ad una radura affacciata su una cascata, in un luogo suggestivo. Si costeggia il torrente, parallelamente alla lunghissima lastronata su cui scorre e si esce dal bosco, dopo avere attraversato un ruscello verso destra. Per dossi erbosi si raggiunge una seconda cascata e, poco sopra, scavalcata una sterrata che proviene da destra, la Sorgente Mercurio (Mt.1800). Si sale liberamente nella larga "Valle delle Cento Fonti" solcata da fossi e si punta nella direzione della Sella di Gorzano. Si giunge così alla testata della valle, le Cento Fonti, dove si piega decisamente a sinistra (ovest), raggiungendo per un ampio dosso la cima più alta della Laghetta (Mt. 2372).

 

MACERA DELLA MORTE (Mt. 2073)

Se il nome "Macera" evoca desolazione ("macera" in dialetto significa "mucchio di sassi"), il termine a cui è legato, ed il vicino "Monte dei Morti" indicano chiaramente che lassù c'è stata una sanguinosa battaglia. Ma fra chi? La tradizione popolare è duplice. C'è chi parla di uno scontro tra Cartaginesi e Romani, che troverebbe conferma nel toponimo "Romicito", fatto derivare da "romanicidio", e nei non lontani "Guado" e "Strada di Annibale". Si sa, inoltre, che i Romani spingevano ed attaccavano Annibale in montagna, temendolo in pianura. Secondo l'altra tradizione orale, fortemente radicata nella Valle del Castellano, e che potrebbe essere sostenuta dai toponimi "Piana Cavalieri" e "Valle della Corte", c'è stata una battaglia tra lo Stato della Chiesa ed il Regno di Napoli. Per la Macera della Morte passava in effetti il confine tra questi due Stati ed il problema dei confini, per via delle mire espansionistiche dell'uno e dell'altro, è sempre stato grande. In questo caso la battaglia deve essere avvenuta dopo il 1100 e più probabilmente nel 1400, secolo delle lotte maggiori. "Macera della Morte" è uno dei luoghi più enigmatici della Laga, ma anche uno tra i più suggestivi, visto il suo interesse legato prevalentemente ai panorami che si godono dalla sua cima.

 

IL MONTE CAMICIA (Mt. 2564)

La grande parete appenninica è stata a lungo ritenuta, come tutte le pareti che si rispettino, inaccessibile. Il Monte Camicia (Mt. 2564) è il più orientale dei grandi rilievi del massiccio del Gran Sasso. Il suo versante sud si eleva dall'altopiano di Campo Imperatore con tranquilli pendii sormontati da un breve salto roccioso. Da questo lato la vetta è di facile accesso. A nord la montagna precipita verticalmente, dominando con una maestosa parete concava, che racchiude il Fondo della Salsa, San Rocco e il piccolo paese di Castelli. Se ogni catena montuosa ha il suo Eiger, questo è senz'altro quello dell'Appennino: l'ascensione presenta passaggi con un grado di difficoltà fino al VII %. Dunque una salita di notevole impegno, su una severa e complessa parete dalle caratteristiche tipicamente appenniniche: roccia friabile, assicurazioni aleatorie se non impossibili. La vastità della parete, e la sua considerevole articolazione, comportano problemi di orientamento e la difficoltà tecnica non è indicativa del reale impegno della via.
ITINERARIO GRAN SASSO 3- Fondo della Salsa Per accedervi si parte dal paese di Castelli e si segue la strada che porta a Rigopiano. Dopo circa 3.7 chilometri si giunge a uno spiazzo, prima di una curva a sinistra, in corrispondenza della quale un cartello giallo indica l'inizio del sentiero (770 metri). Lo si segue a piedi fino a raggiungere il greto del torrente che scende dal Fondo della Salsa (sconsigliabile in primavera per la caduta di valanghe di neve e detriti di roccia). Si risale lungo il greto o sulle sponde fino alla base della parete.

 

IL MONTE GORZANO (MT. 2458) (Monti della Laga)

"Lasciatecene un pezzettino!" Così implorarono - riferisce un pastore di Cesacastina - durante la carestia del 1729 i parenti di un povero vecchio morto, sorpresi mentre se lo stavano mangiando, a coloro che erano andati a prenderlo per seppellirlo. Il nostro rispetto per la tradizione orale è così grande da farci ritenere verosimili anche avvenimenti così drammatici; certo è che la vita già difficile degli abitanti di questi paesi era messa a durissima prova dalle numerose, tremende carestie. Dopo quella del 1764, il Palma testimonia come "si propagò tra i nostri contadini l'uso di seminare il gran turco". Probabilmente furono intensificate anche le coltivazioni in montagna e lavorate le terre sempre più in alto. Prima dell'ultima guerra, sul crestone Sud-Est del Gorzano si piantavano grano, segale, orzo, sino a 1600 metri, mentre la coltivazione delle patate, dentro gli stazzi, si spingeva fino a 1800 metri. Forse perché attratti da tutte queste cibarie i cinghiali frequentavano il crestone, come ricorda la "Costa delle Troie" che deve il nome alle loro femmine che vi transitavano con i cuccioli.

 

MONTI GEMELLI

Definiti "Monti Gemelli" per via delle analogie geomorfologiche che presentano, il Foltrone (o Fultrone, 1720 metri, detto anche "montagna di Campli") e il Girella (1814 metri, detto anche "montagna dei fiori") sono due tra le vette più suggestive ed imponenti del massiccio della Laga. Il lento scorrere del torrente Salinello ne ha inciso profondamente le pareti, fino a dividerle, formando alcune tra le gole più belle e suggestive d'Europa: quelle del Salinello. Il lento lavorio dell'acqua ha modellato la roccia e creato un "canyon" lungo circa un chilometro, con una larghezza media di tre metri, caratterizzato da pareti a strapiombo alte oltre sessanta metri. Per la loro bellezza ed importanza, le gole hanno portato all'istituzione, nel novembre del '90, di una riserva naturale "guidata" che interessa un territorio di quasi 800 ettari. Tuttavia i Monti Gemelli hanno restituito anche altre splendide testimonianze relative ai primi insediamenti umani. Infatti, specie nel fianco della Montagna dei Fiori, sono presenti oltre trenta grotte, tra le quali si segnalano quella di San Michele Arcangelo e l'attigua grotta di Salomone, che hanno restituito materiale dell'era paleolitica e neolitica. A queste testimonianze, si vanno ad aggiungere quelle di epoca medievale, periodo in cui le grotte furono il rifugio prescelto da numerosi eremiti. Dalla frazione di Ripe di Civitella si snodano alcuni tra i più suggestivi itinerari che consentono di esplorare ed apprezzare i Monti Gemelli nella loro interezza.

 

LA CASCATA DELLA MORRICANA

Una grande cascata, quella della Morricana! Maestosa, con un unico salto verticale di 40 metri, uno dei più alti di tutto il gruppo montuoso. Un altro viaggio di grande suggestione che, attraverso il Bosco Martese, conduce ad una delle più belle cascate della provincia teramana.
ITINERARIO LAGA 1-Dal Ceppo imboccare la strada che, davanti all'albergo "Julia", entra nel bosco. Dopo circa 800 metri si incontra un bivio. Lasciare qui l'auto (Mt. 1364). Si inizia sulla strada che va a destra, in piano, e che attraversa il Bosco Martese. Dopo circa 5 chilometri, quando si è abbastanza vicini al fondovalle, una marcata e ripida sterrata scende da destra. Lasciare la strada e imboccare la sterrata che scende al torrente Castellano. Attraversare il torrente per poi volgere a sinistra, nel sottobosco, dapprima su esili tracce poi su un sentiero evidente. Seguirlo man mano che si alza sul versante sinistro orografico della valle fino ad incontrare, dopo un lungo tratto pianeggiante, un altro sentiero proveniente dal basso. Volgere a destra e seguirlo fino ad uscire su una vasta radura erbosa (detta la "Piana"). Seguire il sentierino tra l'erba a volte molto alta, traversare il torrentello, risalire a destra di questo per poi tornare a traversarlo verso sinistra, dove rientra nella zona boscosa. Il sentiero si alza gradualmente, poi, sempre più marcato, traversa il versante ed esce dal bosco, scoprendo tutta la testata della valle. Dopo aver attraversato un fosso (Mt. 1756) si obliqua verso valle e si traversa il Fosso Cannavine (una bella cascata, posta circa 100 metri in basso) portandosi sull'altro versante (Stazzi della Morricana con casaletto). Da qui, portandosi sul lato destro orografico della valle, si possono raggiungere o osservare diverse cascate originate dai due rami del Fosso della Morricana. Dagli stazzi si scende entrando nel bosco sottostante, tenendo preferibilmente la direzione sinistra (a destra è molto ripido). Quando il terreno si fa nettamente meno ripido conviene portarsi a destra, traversando un fossetto, e scendere per una traccia incassata tra le foglie e, alla fine, volgere a destra, dove il sentiero scende al sottostante torrente Castellano (Mt. 1580). Evitare di scendere al fosso prima o dopo perché i versanti sono molto ripidi. Ora si è in vista della grande cascata della Morricana.

 

PIZZO DI MOSCIO (Mt. 2411)

La valle di Selva Grande, vista da Ovest, sembra dividere in due la catena della Laga. Lo spartiacque, che altrimenti sarebbe stato monotonamente rettilineo, è da essa costretto ad un largo giro da Cima Lepri al Gorzano. E' il passaggio più diretto tra l'Aquilano ed il Teramano e difatti la "Sella della Solagna" è il più importante valico della catena. Per essa passava la mulattiera proveniente da Montorio e da Cortino passando per Macchiatornella, che poi scendeva per Selva Grande (italianizzazione del dialettale "Selva Ranna") raggiungendo Amatrice. Erano 30 km da Montorio alla Sella e 13,5 km da questa ad Amatrice. Un'altra mulattiera, non meno importante, giungeva alla Sella da Pascellata per Ceppo ed il Bosco Martese in 13,5 km circa. Per la sua importanza, i pastori chiamavano "via nazionale" il tratto che attraversa la valle. Su di essa si svolgeva gran commercio di bestiame, ovino in particolare, e da essa si diramavano i sentieri che conducevano ai numerosi stazzi sui due versanti della valle. L'itinerario è molto bello, l'acqua abbondante in tutte le stagioni e numerosi i punti panoramici, dapprima verso i possenti versanti di Cima Lepri poi verso quelli del Gorzano.
ITINERARIO LAGA 2-Dal Ceppo ci si immette sulla sterrata che sale a destra, a piedi in quanto non è percorribile in auto (si ricorda che la sterrata di sinistra conduce alla cascata della Morricana). Dopo alcuni chilometri in leggera ascesa, si arriva presso la radura del Lago dell'Orso (Mt. 1800), da dove è possibile ammirare tutta la catena della Laga e, in particolare, sulla sinistra, la vetta del Monte Gorzano. Lasciata la radura del Lago dell'Orso, si prosegue lungo il sentiero che costeggia sulla sinistra il Bosco della Martese (il sentiero è quello dell'anello della Martese). Dopo alcuni chilometri di falso piano, abbandonato il sentiero, si inizia a salire sulla sinistra alla volta di Pizzo di Moscio. E' questa la parte più difficile del percorso che risale il non troppo ripido crestone Sud-Est, fino in vetta (Mt. 2411).

 

PIZZO INTERMESOLI O MONTE GRILLO (MT. 2635)

Chiamato in passato Monte Grillo dai pastori (tale toponimo è poi rimasto alla sella a Sud della vetta), l'lntermesoli potrebbe essere il "Monte Pizzuto" della relazione di De Marchi, ed il "Cornetto" di una carta del Fritzsche. Comunque sia, oggi è consolidato il nome derivante dal paesino che si trova sulla sua dorsale Nord. L'abitato infatti si trova tra due valli torrentizie, quella di Rio Arno e quella del Venacquaro, quindi una sorta di isola. Quella per il Pizzo Intermesoli è un'escursione classica, abbastanza frequentata e di dislivello cospicuo. Attraversa una delle valli più belle e frequentate del massiccio, stretta tra le pareti rocciose del versante Est del Pizzo Intermesoli ed i primi contrafforti dei Corni Grande e Piccolo.

 

PRATI DI TIVO

Situata ai piedi del massiccio del Gran Sasso d'Italia, Prati di Tivo è la più rinomata stazione sciistica della provincia di Teramo. Distante soltanto tre chilometri dal suggestivo borgo di Pietracamela, il suo parcheggio-piazzale è posto nel versante settentrionale del Corno Piccolo, ad una altitudine di Mt. 1.450. Gli impianti, che contano 6 skilift e 1 seggiovia, consentono l'accesso a 20 km di piste da discesa. Per tutti gli appassionati dello sci da fondo, a queste infrastrutture si va ad aggiungere un bell'anello della lunghezza di circa 2 km. La sua felice posizione geografica ne fa un apprezzato luogo di villeggiatura anche durante il periodo estivo, punto di partenza ideale per percorrere suggestivi itinerari naturalistici. Per ciò che concerne le strutture ricettive, sono ben 7 gli alberghi in funzione tra Prati di Tivo e la vicina Pietracamela.

 

LA VALLE DEL RIO ARNO

Tra torrenti, cascate e valli erbose, un sentiero ricco di suggestioni che attraversa il cuore della montagna teramana.
ITINERARIO GRAN SASSO 1-Dai Prati di Tivo (mt.1450) al Rifugio Garibaldi (mt.2230) per le cascate del Rio Arno, la Val del Maone e Campo Pericoli (3 ore a piedi, in mountain bike e a cavallo). Itinerario abbastanza lungo e vario che attraversa una della più belle vallate del Gran Sasso. Una parte del sentiero è in comune con il Sentiero Italia. Si prende la strada sterrata che sale sulla sinistra dell'Hotel Prati di Tivo, si esce dal bosco e si arriva sulla cresta che separa la valle del Rio Arno dai Prati di Tivo, si prosegue scendendo e costeggiando le severe pareti del Corno Piccolo e dopo si arriva alle cascate del Rio Arno. La strada prosegue in salita e, dopo la presa dell'acquedotto, all'uscita dal bosco, si trasforma in sentiero. Ripercorre la bellissima piana sotto le pareti dell'Intermesoli con la grotta dell'Orso a destra e il vallone dei Ginepri a sinistra. Continuando, la valle Maone si espande verso Est nei vasti, morbidi e ondulati rilievi di Campo Pericoli (anticamente si chiamava Campo Aprico - campo aperto). Sulla destra c'è un sentiero che sale su un ripido sbrecciato e che in un'ora di faticosa salita porta alla Sella dei Grilli (mt.2220). Di fronte troviamo la guglia piramidale del Pizzo Cefalone (mt.2533), subito a sinistra il Passo e il Monte del Portella (mt.2385) e subito dopo il Rifugio Duca degli Abruzzi (mt.2260). Sulla sinistra sale un sentiero che porta più rapidamente ma più faticosamente al Rifugio Garibaldi. Si prosegue sul fondo della conca in direzione del Pizzo Cefalone sotto le cui pendici si intravedono i resti di antichi ricoveri per pastori, le Capanne (m.1957). Queste costruzioni sono presenti nella valle del Vasto e in misura maggiore sulla Montagna dei Fiori. L'origine di queste semplici architetture spontanee è molto contrastata; l'ipotesi più suggestiva avvicina queste capanne di pietra alle costruzioni a tholos, per la somiglianza strutturale. Si piega a sinistra e poco dopo , quando la salita si fa sentire di meno, sulla destra si incontra un bivio che porta al passo della Portella da cui si può raggiungere Campo Imperatore attraverso il Passo del Lupo (m.2156). Proseguendo per il sentiero fra i prati, gradatamente, tra una dolina e l'altra, si arriva al rifugio Garibaldi (mt.2231). dal rifugio Gribaldi si può proseguire per i seguenti itinerari: per la vetta Occidentale del Corno Grande attraverso la Sella del Brecciaio (mt.2912- tempo: 2 ore); per il Rifugio Duca degli Abruzzi (mt.2260-tempo: 1ora); per la Sella e la Vetta di Monte Aquila (mt. 2495-tempo: 1ora); per Campo Imperatore (mt.2130 -albergo, funivia, ostello, osservatorio-tempo: 1,30 ore).

 

LA "GROTTA SANT'ANGELO"

All'interno della Riserva Naturale Regionale "Gole del Salinello" si trovano 45 grotte, retaggio del fenomeno del carsismo.Ad esplorarle, alla fine dell'800, fu un medico condotto di Corropoli: Concezio Rosa. Alle sue scoperte seguirono, nel corso del '900, quelle del paleontologo Antonio Mario Radmilli. Tra tutte le cavità presenti nell'area, quella più nota è la celeberrima "Grotta Sant'Angelo" forse per via della ricchezza di testimonianze che documentano la presenza dell'uomo dal paleolitico inferiore-medio fino ai nostri giorni. Le ragioni di questa preferenza da parte delle popolazioni preistoriche trovano una duplice spiegazione, in parte legata all'ampiezza della cavità, in parte al suo ingresso, tanto angusto da impedire l'accesso ai grossi mammiferi. All'uomo preistorico seguirono le genti pre-cristiane che ne fecero il luogo di culto per l'adorazione del Dio Curino, ritenuto loro protettore. In epoca longobarda, invece, fu la volta dell'Arcangelo Michele, culto che è sopravvissuto fino ad oggi tra la popolazione locale. In epoca medievale la "Grotta Sant'Angelo" diede ospitalità e rifugio a numerosi eremiti. All'interno di un ampio spazio (la grotta ha infatti una sala lunga 40 metri, larga 10 e alta 30, collegata con una cavità attigua detta "di Salomone") è oggi possibile ammirare due altari, uno in pietra e uno in gesso, e una statua che raffigura San Michele Arcangelo nell'atto di uccidere un drago. Ogni anno, il 1° di maggio, la statua del santo viene portata in processione fino alla vicina chiesa parrocchiale di Ripe di Civitella del Tronto, dove rimane esposta per tutta la durata del mese per poi fare ritorno all'interno della cavità.