IL
GHIACCIAIO DEL CALDERONE (Mt. 2680-2850)
Situato
in una grande conca da cui prende il nome, subito sotto le vette
del Corno Grande, il Calderone deve la sua fama al fatto di essere
l'unico ghiacciaio dell'Appennino e il più meridionale d'Europa
(latitudine circa 42° Nord). Il primato lo ha conquistato in questo
secolo, dopo che si è estinto il Ghiacciaio del Corral di Veleta
nella Sierra Nevada spagnola, posto più a Sud (ad una latitudine
inferiore a 38°). Anche il Calderone non gode buona salute e rischia
l'estinzione. Attualmente la sua area è di 4,5 ettari (era di 7
ettari nel 1916), la lunghezza di 400 metri, la larghezza massima
di 250 metri. Compreso tra le quote di 2680 e 2850 metri, ha un'inclinazione
media di 26° e massima di 35°, presenta uno spessore medio di 15
metri, è fornito di crepacci trasversali e terminali (visibili nelle
stagioni calde) e di morene laterali e frontale. Sotto quest'ultima,
che sbarra il circo glaciale e si affaccia sul ripido pendio detritico
del Vallone delle Cornacchie, esiste una massa di ghiaccio compatto
alta 10 metri. Vicino alla morena frontale, alla base del ghiacciaio,
un inghiottitoio raccoglie l'acqua di fusione. Negli anni di abbondanti
nevicate l'inghiottitoio viene occluso dal grande afflusso di acqua
(che trasporta polvere in sospensione formando il limo glaciale)
e si forma il caratteristico laghetto "Sofia". Dalle sistematiche
rilevazioni condotte da Guido Tonini tra il 1929 e il 1960 per conto
del Comitato Glaciologico Italiano, si riscontra una graduale perdita
di volume del ghiacciaio. In 26 anni (tra il '34 e il '60) la diminuzione
è stata di 420000 metri cubi, in media circa 16000 metri cubi all'anno.
Più recentemente Claudio Smiraglia ha misurato la quantità di ghiaccio
di fusione piantando una serie di paline metalliche sul ghiaccio,
misurando la riduzione di spessore. Estendendo i risultati della
ricerca campionaria a tutta la superficie del ghiacciaio e conoscendo
la sua densità, ha ricavato il volume di acqua perduto. Nel 1989
la fusione è stata di circa 1 metro e nel 1990 di 1,5. Il Calderone
è dunque in fase di progressiva riduzione, come sta accadendo a
tutti i ghiacciai della Terra ad opera di diversi fattori, tra cui
l'effetto serra provocato dall'aumento dei gas inquinanti nell'atmosfera.
Se è sopravvissuto in una zona così meridionale lo deve a fattori
locali, come l'esposizione (rivolto a Nord-Est, è difeso dall'ombra
della parete che lo sovrasta), l'incassatura e soprattutto la protezione
dovuta alla copertura dei detriti (per questo motivo si potrebbe
definire un "piccolo ghiacciaio nero"). La fonte sulla cima "Tutti
quelli che non sono stati alla cima dicano che vi è una Fontana
in cima. Dico che non vi è fontana nessuna ma che vi è bene un gran
vallone tra il Monte di Santo Niccola et il Corno Monte dove sempre
vi è la nieve alta quindeci o venti piedi, e più in alcun luocho
dove la nieve e ghiaccio sta perpetuamente. E quest'è una quantità
d'un grosso miglio di lunghezza, e di larghezza più di mezo miglio,
della qual sempre puoco o assai se ne disfà, e quell'acqua cala
giù per diversi precipitii, li quali fanno poi rarissimi Fonti al
piede della montagna ...". Così il De Marchi, nel racconto della
sua ascensione del 1573, descrive il Ghiacciaio del Calderone, compreso
tra la Vetta Orientale (il Monte di Santo Niccola) e quella Occidentale
del Gran Sasso (il Corno Monte), spiegandone la funzione di serbatoio
d'acqua. La sua acqua di fusione infatti contribuisce ad alimentare
sia le sorgenti del bacino idrografico del Fosso S. Nicola, sia
l'enorme circolazione di acqua sotterranea compromessa dal traforo
della montagna. Nonostante le modeste dimensioni, il Calderone ha
influenza anche sul clima locale, essendo un refrigeratore e condensatore
dell'umidità atmosferica. Residuo delle imponenti glaciazioni del
Quaternario, quando occupava tutto il Vallone delle Cornacchie,
il ghiacciaio ha subito nel tempo una serie di variazioni che ne
hanno modificato la grandezza. Nella "Piccola età glaciale", tra
il 1550 e il 1850, si è esteso. Alla fine del 1800 arrivava poco
sopra il "Rifugio Franchetti". Il Rovelli afferma che in quel periodo
giungeva a lambire i terrazzi posti sotto la Vetta Centrale e con
una lingua si affacciava sulla Forchetta del Calderone. Dalla metà
del secolo scorso inizia il periodo di regressione. Negli ultimi
cento anni il livello del ghiacciaio è sceso di 60-80 metri. Ed
anche se, grazie ad una serie di fattori locali, è sopravvissuto
alla fine dei numerosi ghiacciai alpini di grandezza 5-10 volte
superiore alla sua, la velocità con cui sta regredendo è così elevata
da farci seriamente preoccupare per la sua esistenza.
LA
VALLE DELLE CENTO FONTI "Fosso dell'Acero", Valle delle "Cento Fonti"
e Cima della Laghetta (Mt. 2369)
Uno
degli itinerari più belli della Laga, soprattutto in primavera,
quando l'acqua è il motivo dominante. La camminata sulla cresta
dà la sensazione di essere sospesi sul Lago di Campotosto. Il sentiero
del "Fosso dell'Acero" è parzialmente segnato in rosso, mentre la
parte superiore dell'itinerario è poco evidente. L'escursione è
facile, ma attenzione a percorrere il letto del torrente anche se
asciutto.
ITINERARIO LAGA 3- Da Cesacastina si segue la strada che
sale al Colle della Pietra sino alle Piane, superato un campo sportivo
si gira a sinistra e si raggiunge dopo poco il ponte sul "Fosso
dell' Acero", poi si parcheggia (Mt. 1320). Qui si può giungere
direttamente a piedi da Cesacastina prendendo, ad Ovest del paese,
la pista che supera un'antica caratteristica fonte in arenaria lavorata,
(Mt. 1157, senza nome su I.G.M.), costeggia a destra il "Fosso dell'
Acero" e poi si immette sulla strada che si segue per 300 metri
verso sinistra. Sulla destra una breve stradina con catena porta
ad un rifugio dell'ENEL (Mt. 1352). Si risale per un sentierino
una valletta erbosa. In alto si piega a destra per prati e si entra
nel bosco, attraversando subito un piccolo fosso verso destra. Ci
si tiene sul dosso tra il fossetto attraversato ed il Fosso dell'Acero
e ci si allontana gradatamente dal fosso sino ad immettersi in una
sterrata che si abbandona ad un tornante. Si segue a destra un largo
sentiero che porta ad una radura affacciata su una cascata, in un
luogo suggestivo. Si costeggia il torrente, parallelamente alla
lunghissima lastronata su cui scorre e si esce dal bosco, dopo avere
attraversato un ruscello verso destra. Per dossi erbosi si raggiunge
una seconda cascata e, poco sopra, scavalcata una sterrata che proviene
da destra, la Sorgente Mercurio (Mt.1800). Si sale liberamente nella
larga "Valle delle Cento Fonti" solcata da fossi e si punta nella
direzione della Sella di Gorzano. Si giunge così alla testata della
valle, le Cento Fonti, dove si piega decisamente a sinistra (ovest),
raggiungendo per un ampio dosso la cima più alta della Laghetta
(Mt. 2372).
MACERA
DELLA MORTE (Mt. 2073)
Se
il nome "Macera" evoca desolazione ("macera" in dialetto significa
"mucchio di sassi"), il termine a cui è legato, ed il vicino "Monte
dei Morti" indicano chiaramente che lassù c'è stata una sanguinosa
battaglia. Ma fra chi? La tradizione popolare è duplice. C'è chi
parla di uno scontro tra Cartaginesi e Romani, che troverebbe conferma
nel toponimo "Romicito", fatto derivare da "romanicidio", e nei
non lontani "Guado" e "Strada di Annibale". Si sa, inoltre, che
i Romani spingevano ed attaccavano Annibale in montagna, temendolo
in pianura. Secondo l'altra tradizione orale, fortemente radicata
nella Valle del Castellano, e che potrebbe essere sostenuta dai
toponimi "Piana Cavalieri" e "Valle della Corte", c'è stata una
battaglia tra lo Stato della Chiesa ed il Regno di Napoli. Per la
Macera della Morte passava in effetti il confine tra questi due
Stati ed il problema dei confini, per via delle mire espansionistiche
dell'uno e dell'altro, è sempre stato grande. In questo caso la
battaglia deve essere avvenuta dopo il 1100 e più probabilmente
nel 1400, secolo delle lotte maggiori. "Macera della Morte" è uno
dei luoghi più enigmatici della Laga, ma anche uno tra i più suggestivi,
visto il suo interesse legato prevalentemente ai panorami che si
godono dalla sua cima.
IL
MONTE CAMICIA (Mt. 2564)
La
grande parete appenninica è stata a lungo ritenuta, come tutte le
pareti che si rispettino, inaccessibile. Il Monte Camicia (Mt. 2564)
è il più orientale dei grandi rilievi del massiccio del Gran Sasso.
Il suo versante sud si eleva dall'altopiano di Campo Imperatore
con tranquilli pendii sormontati da un breve salto roccioso. Da
questo lato la vetta è di facile accesso. A nord la montagna precipita
verticalmente, dominando con una maestosa parete concava, che racchiude
il Fondo della Salsa, San Rocco e il piccolo paese di Castelli.
Se ogni catena montuosa ha il suo Eiger, questo è senz'altro quello
dell'Appennino: l'ascensione presenta passaggi con un grado di difficoltà
fino al VII %. Dunque una salita di notevole impegno, su una severa
e complessa parete dalle caratteristiche tipicamente appenniniche:
roccia friabile, assicurazioni aleatorie se non impossibili. La
vastità della parete, e la sua considerevole articolazione, comportano
problemi di orientamento e la difficoltà tecnica non è indicativa
del reale impegno della via.
ITINERARIO GRAN SASSO 3- Fondo della Salsa Per accedervi
si parte dal paese di Castelli e si segue la strada che porta a
Rigopiano. Dopo circa 3.7 chilometri si giunge a uno spiazzo, prima
di una curva a sinistra, in corrispondenza della quale un cartello
giallo indica l'inizio del sentiero (770 metri). Lo si segue a piedi
fino a raggiungere il greto del torrente che scende dal Fondo della
Salsa (sconsigliabile in primavera per la caduta di valanghe di
neve e detriti di roccia). Si risale lungo il greto o sulle sponde
fino alla base della parete.
IL
MONTE GORZANO (MT. 2458) (Monti della Laga)
"Lasciatecene
un pezzettino!" Così implorarono - riferisce un pastore di Cesacastina
- durante la carestia del 1729 i parenti di un povero vecchio morto,
sorpresi mentre se lo stavano mangiando, a coloro che erano andati
a prenderlo per seppellirlo. Il nostro rispetto per la tradizione
orale è così grande da farci ritenere verosimili anche avvenimenti
così drammatici; certo è che la vita già difficile degli abitanti
di questi paesi era messa a durissima prova dalle numerose, tremende
carestie. Dopo quella del 1764, il Palma testimonia come "si propagò
tra i nostri contadini l'uso di seminare il gran turco". Probabilmente
furono intensificate anche le coltivazioni in montagna e lavorate
le terre sempre più in alto. Prima dell'ultima guerra, sul crestone
Sud-Est del Gorzano si piantavano grano, segale, orzo, sino a 1600
metri, mentre la coltivazione delle patate, dentro gli stazzi, si
spingeva fino a 1800 metri. Forse perché attratti da tutte queste
cibarie i cinghiali frequentavano il crestone, come ricorda la "Costa
delle Troie" che deve il nome alle loro femmine che vi transitavano
con i cuccioli.
MONTI
GEMELLI
Definiti
"Monti Gemelli" per via delle analogie geomorfologiche che presentano,
il Foltrone (o Fultrone, 1720 metri, detto anche "montagna di Campli")
e il Girella (1814 metri, detto anche "montagna dei fiori") sono
due tra le vette più suggestive ed imponenti del massiccio della
Laga. Il lento scorrere del torrente Salinello ne ha inciso profondamente
le pareti, fino a dividerle, formando alcune tra le gole più belle
e suggestive d'Europa: quelle del Salinello. Il lento lavorio dell'acqua
ha modellato la roccia e creato un "canyon" lungo circa un chilometro,
con una larghezza media di tre metri, caratterizzato da pareti a
strapiombo alte oltre sessanta metri. Per la loro bellezza ed importanza,
le gole hanno portato all'istituzione, nel novembre del '90, di
una riserva naturale "guidata" che interessa un territorio di quasi
800 ettari. Tuttavia i Monti Gemelli hanno restituito anche altre
splendide testimonianze relative ai primi insediamenti umani. Infatti,
specie nel fianco della Montagna dei Fiori, sono presenti oltre
trenta grotte, tra le quali si segnalano quella di San Michele Arcangelo
e l'attigua grotta di Salomone, che hanno restituito materiale dell'era
paleolitica e neolitica. A queste testimonianze, si vanno ad aggiungere
quelle di epoca medievale, periodo in cui le grotte furono il rifugio
prescelto da numerosi eremiti. Dalla frazione di Ripe di Civitella
si snodano alcuni tra i più suggestivi itinerari che consentono
di esplorare ed apprezzare i Monti Gemelli nella loro interezza.
LA
CASCATA DELLA MORRICANA
Una
grande cascata, quella della Morricana! Maestosa, con un unico salto
verticale di 40 metri, uno dei più alti di tutto il gruppo montuoso.
Un altro viaggio di grande suggestione che, attraverso il Bosco
Martese, conduce ad una delle più belle cascate della provincia
teramana.
ITINERARIO LAGA 1-Dal Ceppo imboccare la strada che, davanti all'albergo
"Julia", entra nel bosco. Dopo circa 800 metri si incontra un bivio.
Lasciare qui l'auto (Mt. 1364). Si inizia sulla strada che va a
destra, in piano, e che attraversa il Bosco Martese. Dopo circa
5 chilometri, quando si è abbastanza vicini al fondovalle, una marcata
e ripida sterrata scende da destra. Lasciare la strada e imboccare
la sterrata che scende al torrente Castellano. Attraversare il torrente
per poi volgere a sinistra, nel sottobosco, dapprima su esili tracce
poi su un sentiero evidente. Seguirlo man mano che si alza sul versante
sinistro orografico della valle fino ad incontrare, dopo un lungo
tratto pianeggiante, un altro sentiero proveniente dal basso. Volgere
a destra e seguirlo fino ad uscire su una vasta radura erbosa (detta
la "Piana"). Seguire il sentierino tra l'erba a volte molto alta,
traversare il torrentello, risalire a destra di questo per poi tornare
a traversarlo verso sinistra, dove rientra nella zona boscosa. Il
sentiero si alza gradualmente, poi, sempre più marcato, traversa
il versante ed esce dal bosco, scoprendo tutta la testata della
valle. Dopo aver attraversato un fosso (Mt. 1756) si obliqua verso
valle e si traversa il Fosso Cannavine (una bella cascata, posta
circa 100 metri in basso) portandosi sull'altro versante (Stazzi
della Morricana con casaletto). Da qui, portandosi sul lato destro
orografico della valle, si possono raggiungere o osservare diverse
cascate originate dai due rami del Fosso della Morricana. Dagli
stazzi si scende entrando nel bosco sottostante, tenendo preferibilmente
la direzione sinistra (a destra è molto ripido). Quando il terreno
si fa nettamente meno ripido conviene portarsi a destra, traversando
un fossetto, e scendere per una traccia incassata tra le foglie
e, alla fine, volgere a destra, dove il sentiero scende al sottostante
torrente Castellano (Mt. 1580). Evitare di scendere al fosso prima
o dopo perché i versanti sono molto ripidi. Ora si è in vista della
grande cascata della Morricana.
PIZZO
DI MOSCIO (Mt. 2411)
La
valle di Selva Grande, vista da Ovest, sembra dividere in due la
catena della Laga. Lo spartiacque, che altrimenti sarebbe stato
monotonamente rettilineo, è da essa costretto ad un largo giro da
Cima Lepri al Gorzano. E' il passaggio più diretto tra l'Aquilano
ed il Teramano e difatti la "Sella della Solagna" è il più importante
valico della catena. Per essa passava la mulattiera proveniente
da Montorio e da Cortino passando per Macchiatornella, che poi scendeva
per Selva Grande (italianizzazione del dialettale "Selva Ranna")
raggiungendo Amatrice. Erano 30 km da Montorio alla Sella e 13,5
km da questa ad Amatrice. Un'altra mulattiera, non meno importante,
giungeva alla Sella da Pascellata per Ceppo ed il Bosco Martese
in 13,5 km circa. Per la sua importanza, i pastori chiamavano "via
nazionale" il tratto che attraversa la valle. Su di essa si svolgeva
gran commercio di bestiame, ovino in particolare, e da essa si diramavano
i sentieri che conducevano ai numerosi stazzi sui due versanti della
valle. L'itinerario è molto bello, l'acqua abbondante in tutte le
stagioni e numerosi i punti panoramici, dapprima verso i possenti
versanti di Cima Lepri poi verso quelli del Gorzano.
ITINERARIO LAGA 2-Dal Ceppo ci si immette sulla sterrata
che sale a destra, a piedi in quanto non è percorribile in auto
(si ricorda che la sterrata di sinistra conduce alla cascata della
Morricana). Dopo alcuni chilometri in leggera ascesa, si arriva
presso la radura del Lago dell'Orso (Mt. 1800), da dove è possibile
ammirare tutta la catena della Laga e, in particolare, sulla sinistra,
la vetta del Monte Gorzano. Lasciata la radura del Lago dell'Orso,
si prosegue lungo il sentiero che costeggia sulla sinistra il Bosco
della Martese (il sentiero è quello dell'anello della Martese).
Dopo alcuni chilometri di falso piano, abbandonato il sentiero,
si inizia a salire sulla sinistra alla volta di Pizzo di Moscio.
E' questa la parte più difficile del percorso che risale il non
troppo ripido crestone Sud-Est, fino in vetta (Mt. 2411).
PIZZO
INTERMESOLI O MONTE GRILLO (MT. 2635)
Chiamato
in passato Monte Grillo dai pastori (tale toponimo è poi rimasto
alla sella a Sud della vetta), l'lntermesoli potrebbe essere il
"Monte Pizzuto" della relazione di De Marchi, ed il "Cornetto" di
una carta del Fritzsche. Comunque sia, oggi è consolidato il nome
derivante dal paesino che si trova sulla sua dorsale Nord. L'abitato
infatti si trova tra due valli torrentizie, quella di Rio Arno e
quella del Venacquaro, quindi una sorta di isola. Quella per il
Pizzo Intermesoli è un'escursione classica, abbastanza frequentata
e di dislivello cospicuo. Attraversa una delle valli più belle e
frequentate del massiccio, stretta tra le pareti rocciose del versante
Est del Pizzo Intermesoli ed i primi contrafforti dei Corni Grande
e Piccolo.
PRATI
DI TIVO
Situata
ai piedi del massiccio del Gran Sasso d'Italia, Prati di Tivo è
la più rinomata stazione sciistica della provincia di Teramo. Distante
soltanto tre chilometri dal suggestivo borgo di Pietracamela, il
suo parcheggio-piazzale è posto nel versante settentrionale del
Corno Piccolo, ad una altitudine di Mt. 1.450. Gli impianti, che
contano 6 skilift e 1 seggiovia, consentono l'accesso a 20 km di
piste da discesa. Per tutti gli appassionati dello sci da fondo,
a queste infrastrutture si va ad aggiungere un bell'anello della
lunghezza di circa 2 km. La sua felice posizione geografica ne fa
un apprezzato luogo di villeggiatura anche durante il periodo estivo,
punto di partenza ideale per percorrere suggestivi itinerari naturalistici.
Per ciò che concerne le strutture ricettive, sono ben 7 gli alberghi
in funzione tra Prati di Tivo e la vicina Pietracamela.
LA
VALLE DEL RIO ARNO
Tra
torrenti, cascate e valli erbose, un sentiero ricco di suggestioni
che attraversa il cuore della montagna teramana.
ITINERARIO GRAN SASSO 1-Dai Prati di Tivo (mt.1450) al Rifugio
Garibaldi (mt.2230) per le cascate del Rio Arno, la Val del Maone
e Campo Pericoli (3 ore a piedi, in mountain bike e a cavallo).
Itinerario abbastanza lungo e vario che attraversa una della più
belle vallate del Gran Sasso. Una parte del sentiero è in comune
con il Sentiero Italia. Si prende la strada sterrata che sale sulla
sinistra dell'Hotel Prati di Tivo, si esce dal bosco e si arriva
sulla cresta che separa la valle del Rio Arno dai Prati di Tivo,
si prosegue scendendo e costeggiando le severe pareti del Corno
Piccolo e dopo si arriva alle cascate del Rio Arno. La strada prosegue
in salita e, dopo la presa dell'acquedotto, all'uscita dal bosco,
si trasforma in sentiero. Ripercorre la bellissima piana sotto le
pareti dell'Intermesoli con la grotta dell'Orso a destra e il vallone
dei Ginepri a sinistra. Continuando, la valle Maone si espande verso
Est nei vasti, morbidi e ondulati rilievi di Campo Pericoli (anticamente
si chiamava Campo Aprico - campo aperto). Sulla destra c'è un sentiero
che sale su un ripido sbrecciato e che in un'ora di faticosa salita
porta alla Sella dei Grilli (mt.2220). Di fronte troviamo la guglia
piramidale del Pizzo Cefalone (mt.2533), subito a sinistra il Passo
e il Monte del Portella (mt.2385) e subito dopo il Rifugio Duca
degli Abruzzi (mt.2260). Sulla sinistra sale un sentiero che porta
più rapidamente ma più faticosamente al Rifugio Garibaldi. Si prosegue
sul fondo della conca in direzione del Pizzo Cefalone sotto le cui
pendici si intravedono i resti di antichi ricoveri per pastori,
le Capanne (m.1957). Queste costruzioni sono presenti nella valle
del Vasto e in misura maggiore sulla Montagna dei Fiori. L'origine
di queste semplici architetture spontanee è molto contrastata; l'ipotesi
più suggestiva avvicina queste capanne di pietra alle costruzioni
a tholos, per la somiglianza strutturale. Si piega a sinistra e
poco dopo , quando la salita si fa sentire di meno, sulla destra
si incontra un bivio che porta al passo della Portella da cui si
può raggiungere Campo Imperatore attraverso il Passo del Lupo (m.2156).
Proseguendo per il sentiero fra i prati, gradatamente, tra una dolina
e l'altra, si arriva al rifugio Garibaldi (mt.2231). dal rifugio
Gribaldi si può proseguire per i seguenti itinerari: per la vetta
Occidentale del Corno Grande attraverso la Sella del Brecciaio (mt.2912-
tempo: 2 ore); per il Rifugio Duca degli Abruzzi (mt.2260-tempo:
1ora); per la Sella e la Vetta di Monte Aquila (mt. 2495-tempo:
1ora); per Campo Imperatore (mt.2130 -albergo, funivia, ostello,
osservatorio-tempo: 1,30 ore).
LA
"GROTTA SANT'ANGELO"
All'interno
della Riserva Naturale Regionale "Gole del Salinello" si trovano
45 grotte, retaggio del fenomeno del carsismo.Ad esplorarle, alla
fine dell'800, fu un medico condotto di Corropoli: Concezio Rosa.
Alle sue scoperte seguirono, nel corso del '900, quelle del paleontologo
Antonio Mario Radmilli. Tra tutte le cavità presenti nell'area,
quella più nota è la celeberrima "Grotta Sant'Angelo" forse per
via della ricchezza di testimonianze che documentano la presenza
dell'uomo dal paleolitico inferiore-medio fino ai nostri giorni.
Le ragioni di questa preferenza da parte delle popolazioni preistoriche
trovano una duplice spiegazione, in parte legata all'ampiezza della
cavità, in parte al suo ingresso, tanto angusto da impedire l'accesso
ai grossi mammiferi. All'uomo preistorico seguirono le genti pre-cristiane
che ne fecero il luogo di culto per l'adorazione del Dio Curino,
ritenuto loro protettore. In epoca longobarda, invece, fu la volta
dell'Arcangelo Michele, culto che è sopravvissuto fino ad oggi tra
la popolazione locale. In epoca medievale la "Grotta Sant'Angelo"
diede ospitalità e rifugio a numerosi eremiti. All'interno di un
ampio spazio (la grotta ha infatti una sala lunga 40 metri, larga
10 e alta 30, collegata con una cavità attigua detta "di Salomone")
è oggi possibile ammirare due altari, uno in pietra e uno in gesso,
e una statua che raffigura San Michele Arcangelo nell'atto di uccidere
un drago. Ogni anno, il 1° di maggio, la statua del santo viene
portata in processione fino alla vicina chiesa parrocchiale di Ripe
di Civitella del Tronto, dove rimane esposta per tutta la durata
del mese per poi fare ritorno all'interno della cavità.
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